Storia di Qaleh-ye’ Najjar


Partenza ore 8.30 da Camp Warehouse appuntamento con due squadre CIMIC (Civil Military Cooperation) Finlandesi. Io viaggio con il cap Heyer, un roccioso e sempre sorridente tedescone di berlino ed il tenente Liha, una simpatica Lettone. Indossato giubbotto antiproiettile, caricate le armi, indossato l’elmetto, partiamo, direzione quartiere di Kaia. Ci addentriamo nel traffico impazzito di Kabul, dobbiamo stare attenti a tutto ciò che incontriamo sulla nostra strada, auto che rapidamente cambiano direzione di marcia senza preavviso, biciclette che camminano troppo al centro della strada, passanti che attraversano senza nessuna accortezza. E poi i bambini, che ti vedono, vedono la loro salvezza, fanno il gesto di mettere qualcosa in bocca per sfamarsi ma non possiamo fermarci, avremmo centinaia di ragazzini che ci inseguono per avere un biscotto o un po di acqua e rischieremmo di investirli senza accorgergene. Il nostro viaggio per il quartiere di Kaia nord prosegue, attraversiamo bidonville costruite con terra e mattoni. Case senza porte, senza finestre, donne col burka che escono alla ricerca di cibo, bambini che ci vedono e salutano. Uomini che vagano nelle strade senza avere uno scopo, li vedi fermi che ti osservano con i loro occhi scuri e con le rughe segnate dal tempo e dalla fatica. Dopo circa 50 minuti, arriviamo nel quartiere fatiscente fatto di palazzi tutti uguali, costruiti dai Sovietici agli inizi degli anni ottanta. Un quartiere ridotto in pezzi come ridotto in pezzi è il cuore di quei poveri anziani che vediamo venirci incontro al nostro arrivo. Così, in meno di 5 minuti la nostra presenza  viene salutata con speranza colta negli occhi e nei sorrisi dei bambini che ci guardano un po’ intimoriti dai nostri giubbotti antiproiettile e dalle nostre pistole pronti ad osservare ogni minima senzazione ed apparizione di pericolo. Gli anziani, i loro sguardi, i loro segni, le loro parole incomprensibili, tradotte dal nostro interprete ci fanno capire e vedere con i nostri occhi il loro problema sociale. Arriviamo in un area comune proprio sotto i palazzi, dove ci assaleun odore nauseabondo di immondizia, e di rifiuti organici sparsi dappertutto. Il sistema fognario, tagliato e distrutto dal fanatismo incomprensibie dei talebani, non ha retto ed ha scaricato sul suolo tonnellate di rifiuti, laddove ora giocano i bambini. Piu’ in la, gli anziani ci portano verso  due laghetti con funzione di vasca di raccolta e biodegrazione dei rifiuti. Ci accorgiamo purtroppo che sono pieni di acqua infetta e putrida. Veniva il momento di capire se potevamo fare qualcosa per loro. Chiediamo mappe e piani di progetti del sistema fognario vecchio. Gli anziani e l’interprete ci fanno capire che forse possiamo trovare qualcosa al ministero degli affari sociali. Era il momento di dire a questa povera gente senza futuro che avremmo fatto il possibile per risolvere il problema. Ci guardiamo tra noi, un po’ sfiduciati ma desiderosi di dare una risposta concreta, li salutiamo con stretta di mano e guardandoci negli occhi pronunciamo col sorriso salam. Via, e’ ora di andare, ci avviamo verso le macchine, incrociamo una scolaresca di ragazzette vestite di nero con un fazzoletto in testa ad incorniciare i loro bei volti. Ci guardano timidamente, incuriosite con occhiate fugaci e sorrisi appena pronunciati pur mantendendo l’austerita della loro educazione e cultura. Viaggiamo nuovamente nel caos di kabul e dopo aver cambiato due volte itinerario per motivi di sicurezza, arriviamo nella sede del Ministero. Ci indirizzano verso una NGO (Not Governative Organization) francese responsabile della gestione degli impianti sanitari di kabul nord. Arriviamo in questa casa un po’ diroccata e ad accoglierci ci sono due afghani un po sorpresi del nostro arrivo (era venerdì, giorno di festa). Davanti la sede ci aspetta un ragazzo francese che ci fa accomodare dentro e con lui parliamo delle nostre necessità tecniche e finanziare per riuscire a dare una risposta al problema. Ci alziamo, è ora di tornare al campo. Elmetto e giubbetto indossato, rapida occhiata all’esterno e via con il pensiero a quelle parole in dialetto pashtu dette dal malek del quartiere “ Mitava-nid mano komad konid ahi-if ?” – Potete aiutare il nostro popolo?Ci siamo anche noi. Lo dico con orgoglio.


Edoardo Colavecchi