Scuola di Kaloh Qalet
Si parte di mattina con un gruppo di squadre CIMIC (Civil Military Cooperation) Francesi. Destinazione il villaggio di Kaloh Qalet a nord di Kabul. Oggi è un giorno importante: la posa della prima pietra per l’inaugurazione di una scuola. Utilizziamo due mezzi, uno francese e uno italiano. Attraversiamo la zona dell’aeroporto, il capitano francese, più esperto, mi fa osservare zone immediatamente vicine ancora non sminate. Percorriamo la strada con i due fuoristrada, usciamo dalla zona abitata e ci dirigiamo verso una collina dove la strada comincia ad diventare difficile, stretta, senza pavimentazione, solo breccia e sabbia, curve a gomito, dossi. Arriviamo in cima alla collina, lo spettacolo è mozzafiato, ammiriamo il panorama di una valle brulla, senza vegetazione e con al centro questo piccolo villaggio con case fatte di pietre e terra. Cominciamo a scendere e la difficoltà non si riduce. Dopo un po’ eccoci arrivati al villaggio. Percorriamo uno dei sentieri che lo attraversano a bassa velocità ed osservo gli sguardi degli abitanti un po’ stupiti perché da queste parti non si incontrano automobili e specialmente occidentali. Essi accennano saluti e sorrisi e noi rispondiamo con pollice in su e sguardi fissi nei loro occhi. Scendo dal mezzo ed un bambino con un grande sorriso vuole sapere da dove veniamo. Io gli dico “Italia” e lui mi stringe la mano e mi chiede come mi chiamo. È sorprendente e gratificante l’atteggiamento della popolazione e le accoglienze sono sempre calorose. Saluto la squadra francese e poi vengo sommerso di sorrisi e saluti con forti strette di mano con i notabili del villaggio mano destra posata sul cuore mentre si pronuncia il saluto in lingua dhari. Subito dopo ci dirigiamo verso il cantiere della scuola dove ci sarà la posa della prima pietra. Vediamo operai locali intenti nel lavoro di costruzione della struttura. Mi aggiro un po’ nel cantiere, è il mio lavoro, sono curioso di vedere alcune tecniche edili utilizzate senza l’ausilio di mezzi tecnici da noi acquisiti da anni ma qui purtroppo ancora da scoprire. L’impegno da parte di questi uomini è grandissimo. Essi lavorano senza soste per concludere i lavori prima dell’inizio dell’anno scolastico. E’ sorprendente vedere aggirarsi all’esterno del cantiere decine di persone che guardano ammirate e felici la struttura e nei loro occhi e nei loro sorrisi si legge soddisfazione e felicità nel poter dare ai propri figli un futuro diverso da quello da loro vissuto ma non scelto. Sanno che la cultura ha la capacità di aprire le menti e i cuori e sono consapevoli che le nuove generazioni avranno la possibilità di scegliere di cambiare le sorti del loro Paese. Tutte le organizzazioni internazionali sono qui per questo, sono qui per contribuire alla rinascita culturale e a dare democrazia e sviluppo. E noi Italiani siamo felici di poterci essere, di poter trasferire i nostri ideali di libertà e socialità ad un popolo vissuto in povertà e sofferenza per decine di anni.
Ma torniamo all’avvenimento della giornata. Dopo la posa della prima pietra, preceduta dal rito religioso musulmano e da continue strette di mano, veniamo invitati al banchetto all’interno di una piccola stanza. Sono felice di potervi partecipare perché l’invito rappresenta un grande segno di gratitudine nei nostri confronti. Ci sediamo al tavolo e il mio sguardo non si stanca di osservare il continuo lavoro di uomini intenti a servire e portare cibi di ogni genere e il buonissimo pane azzimo segno di una tradizione radicata nei secoli. Cominciamo a mangiare anche se l’orario non è adatto al pranzo ma è un giusto segno di rispetto nei loro confronti accettare i cibi del loro banchetto perché siamo consapevoli che l’offerta di un pranzo così ricco siginfica grandi sacrifici per un villaggio povero senza nessuna attività di reddito. I cibi sono buonissimi e noi ci alziamo dalla tavolata ringraziando tutti. È ora di tornare, riprendere il fuoristrada e affrontare di nuovo un itinerario impegnativo che non sfigurerebbe se fosse inserito in un percorso di un rally automobilistico. Dopo circa un’ora arriviamo a Camp Warehouse, la nostra casa per sei mesi. Come segno di quest’esperienza mi rimarra’ lo sguardo fiero e sinceramente grato degli anziani, i sorrisi e gli occhi vivaci coperti dal velo bianco di quelle bambine rimaste a distanza ad osservare il mondo dei grandi.