Visita della squadra italiana "all' Indira Ghandi Hospital"

 

 


Alla partenza una squadra tutta italiana. Un fuoristrada si dirige verso il centro di Kabul, destinazione l’Indira Ghandi Hospital. L’obiettivo è quello di capire le necessità di un centro di estrema importanza per la città che fa il possibile per prendersi cura dei bambini coloro che soffrono e patiscono di più la miseria e la incredibile condizione sanitaria del paese. Arriviamo, prendiamo contatti con il Direttore e un’interprete. Chiediamo di vedere i reparti dell’ospedale e di poterli documentare con fotografie. Abbiamo il permesso, entriamo. Attaversiamo l’ingresso che ci porta ai vari reparti. Il direttore e l’interprete con un sorriso ci fanno strada, ci parlano dei problemi con un’aria quasi dimessa, convinti che un solo aiuto, anche se generoso, non potrà cambiare il futuro di questi bambini. Entriamo in un reparto dell’ospedale, quindici lettini e quindici bambini sofferenti con lo sguardo fisso nel vuoto con mamme accanto apprensive e preoccupate. Al nostro arrivo le donne si coprono frettolosamente il viso con il velo ed abbassano lo sguardo, solo in poche ci guardano con i loro occhi espressivi, occhi che vedono quotidianamente solo sofferenza. Parliamo delle esigenze del reparto tutto ciò che ci viene in mente lo segnaliamo. Vedere con i propri occhi questa situazione ci tira fuori tutta la generosità di cui siamo dotati e la sensibilità dell’essere italiani. A questo punto il fiato mi si blocca quando il Direttore ci fa entrare nella sala operatoria. Entrare lì è stato come vivere in un girone dantesco, medici in camice, infermieri, mamme vicine ai bambini che prima di essere operati vengono anestesizzati con elio vaporizzato contenuto in pericolose bombole sotto pressione accanto ai lettini laddove puo’ trovarsi un po’ di spazio. E poi un caldo asfissiante che rende tutti gli odori insopportabili. Riuscire a trovare parole per parlare dei problemi del reparto era impossibile, troppe cose c’erano da fare, ma non è mancato il coraggio di dire a loro che noi faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità. C’è la necessità di avere medicinali e il bisogno di rendere l’ambiente salubre. Prima di uscire dall’ospedale, voglio entrare nel reparto dedicato ai bambini malati terminali di cancro. Esperienza indimenticabile. In questo reparto, ancor di più, i visi delle donne, che amorevolmente proteggono i loro piccoli, sono ormai rassegnati e i tratti disegnati sui loro volti rivelano drammi e tristezza. Incontro lo sguardo di un bambino dell’apparente età di 7 anni, saluto la mamma dicendo “Salam”, portando la mano destra sul cuore, guardo gli occhi del bambino malato di leucemia, mi accenna un sorriso. Io non so cosa fare, mi commuovo, ma non devo farlo, accenno anch’io un sorriso per lui e per la mamma. Allungo una mano verso il bambino, lui si alza sul letto sorridendo, un sorriso splendido, io lo accarezzo, lui si distende di nuovo sul letto, la mamma con un cenno mi ringrazia ed io ringrazio lei per avermi dato l’emozione di una vita segnata dal dolore. Esco dall’Indira Ghandi pensando a lui e nessuno potrà cancellare i suoi occhi vivi come vivo rimarrà nei miei ricordi.